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NEWS 2004

 

22 luglio 2004

Proposta di inclusione nella legge 626/1994 quale "rischio aziendale"
Acli: subito una legge quadro sul mobbing
Una ricerca stima sul milione i lavoratori attivi coinvolti

SUBITO una legge-quadro sul mobbing. Lo chiedono le Acli commentando i risultati dell'ultima ricerca realizzata dall'Iref, per conto del Patronato Acli, in collaborazione con l'Università di Bologna, nella quale il 5% degli intervistati dichiara di essere vittima di mobbing sul posto di lavoro. Un dato che, rapportato alla popolazione italiana attiva, si traduce in circa un milione di lavoratori “mobbizzati”.

«La diffusione raggiunta dal fenomeno – dichiara il presidente delle Acli Luigi Bobba – necessita un intervento legislativo urgente, che salvaguardi i lavoratori ma anche i datori di lavoro. Ciò vale per il presente ma soprattutto per il futuro, in considerazione dei profondi mutamenti sopravvenuti nel mondo del lavoro (flessibilità, intensificazione dei ritmi, competizione esasperata, inserimento di sempre maggiori elementi di contrattazione individuale rispetto a quella collettiva), per cui il mobbing ha assunto il carattere di vero e proprio “pericolo” e rappresenta oggi uno dei problemi gravi nella vita professionale delle persone».

Le Acli chiedono una legge che sappia innanzitutto definire in modo chiaro e sufficientemente “pratico” il fenomeno mobbing, che possa così essere facilmente individuato nelle cause, nelle modalità di azione e nei danni provocati. Ciò per finalità preventive, risarcitorie e di individuazione delle responsabilità (aziendali o personali). Il mobbing andrebbe contrastato adeguatamente in tutte le sue manifestazioni strategiche, verticali e orizzontali, con particolare attenzione a quello che si perpetra nelle piccole aziende e nei “nuovi luoghi di lavoro”, dove si esplica l'attività lavorativa a tempo.

L'Associazione chiede ancora che il mobbing sia inserito nell'ambito dei rischi aziendali, ai sensi della legge 626/94 sulla sicurezza sui posti di lavoro, trattando così il fenomeno come tutti gli altri rischi tramite la sorveglianza medica, l'informazione e la formazione dei lavoratori e mettendolo sotto il controllo dell'organo di vigilanza Asl. Sempre riguardo alla prevenzione, risulta indispensabile il coinvolgimento, secondo le proprie competenze e responsabilità, sia dei lavoratori che dei datori di lavoro.

Infine, le Acli propongono che l'assistenza dei lavoratori e il monitoraggio del fenomeno siano guidati da centri regionali per la prevenzione, la diagnosi e la terapia dei disturbi da disadattamento lavorativo, in raccordo con i medici di famiglia. Si può anche prevedere l'istituzione, presso i sindacati e i patronati, di “centri di ascolto e di formazione”, con finalità di primo orientamento del lavoratore.

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