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NEWS 2004

 

"Mi piace lavorare", il mobbing secondo la Comencini
di Neomisio Bonaventura

23 marzo 2004

MOBBING al cinema: per parlarne, per conoscerlo, per comprenderlo, per esorcizzarlo.
"Mi piace lavorare - mobbing" è un film di Francesca Comencini, con Nicoletta Braschi, uscito nelle sale italiane il 13 febbraio 2004. Consigliamo di chiedere al botteghino dei cinema in cui vi recate notizie sulla programmazione di questa pellicola: ne parlano bene sia il pubblico che la critica, ma finora non sta avendo molto spazio nella programmazione, nonostante sia stato anche selezionato al Festival di Berlino 2004. Noi apprezziamo soprattutto il coraggio nella scelta del tema, anche se il finale è compromesso da una certa fretta nel troncare il discorso espositivo e di arrivare all'epilogo.

La trama
L'azienda in cui lavora Anna, segretaria di terzo livello, è stata comprata da una multinazionale. Il giorno della festa aziendale per festeggiare la fusione, Anna è l'unica fra tutti gli impiegati a non essere spontaneamente salutata dal nuovo direttore del personale. Un incidente banale, o forse solo una dimenticanza.
Questo piccolo avvenimento è il primo segno di un processo che diventerà per lei un vero calvario. Lentamente, ma inesorabilmente, il " gruppo " si scatena contro di lei.
Le vessazioni iniziano, piccole, invisibili, ma ripetute.

L'isolamento
Anna viene lasciata sola al tavolo della mensa aziendale, nessuno la invita più a prendere il caffè la mattina, il suo posto di lavoro viene " inavvertitamente " occupato.
Anna è una donna sola, divorziata, con una figlia, Morgana. Sono molto unite e solidali, hanno imparato a cavarsela da sole, a sorreggersi.
Un senso diffuso di precarietà pervade la loro vita.
Il continuo cambio delle mansioni
Intanto l'azienda le cambia continuamente mansioni, obbligandola a percorrere a ritroso tutte le tappe sulle quali lei aveva fondato la sua autostima, e gliele smonta.
Anna rimane ore e ore accanto ad una fotocopiatrice, senza far niente.
Il demansionamento
I suoi tentativi di recuperare un ruolo utile vengono umiliati e viene mandata a sorvegliare il lavoro degli operai nei magazzini, secondo una logica aziendale di mettere gli uni contro gli altri.
La malattia
Anna non regge più, e infine scoppia: esaurimento nervoso, malattia.
La rinascita
Non si occupa quasi più di Morgana, ma sarà proprio sua figlia a starle accanto e a salvarla. Anna ritrova coraggio e decide di raccontare a qualcuno la sua storia e non rimanere più sola.
Titolo originale:  Mi piace lavorare - Mobbing
Nazione:  Italia
Anno:  2003
Genere:  Drammatico
Durata:  89'
Regia:  Francesca Comencini

 

 
Intervista a Francesca Comencini
Perché ti interessa il mobbing?
Ho sentito parlare di mobbing vedendo un film su quest'argomento, sulla rete televisiva francese Arte. Ciò che mi colpisce nel mobbing è che per motivi che rispondono a logiche economiche e di mercato, si entra nel più intimo di una persona, ci si insinua nella sua psiche, si rompono i suoi equilibri.
Incuriosita, mi sono rivolta allo sportello anti-mobbing che le sezione romana della Cgil aveva aperto. Volevo documentarmi, senza sapere cosa avrei fatto di questo materiale; un film di finzione, o un documentario o forse niente, solo approfondimento mio personale.
Ho incontrato le persone che si occupavano dello sportello anti-mobbing. In seguito ho incontrato i medici del lavoro e gli psichiatri dell'ospedale Sant'Andrea, a Roma, che lavorano in contatto con lo sportello. Tutte le informazioni che queste persone mi davano, facevano crescere il mio interesse verso il problema del mobbing. Poi mi piaceva l'intelligenza e l'abnegazione schiva con la quale gli operatori dello sportello lavoravano, cercando di aiutare persone in grave difficoltà.
Quando hai deciso di realizzare il film?
La molla vera e propria è scattata quando ho incontrato le persone vittime di mobbing. Sono stati un avvocato e un sindacalista dello sportello a chiedermi di intervistare queste persone, per realizzare un documentario ad uso interno del sindacato. Prima di incontrare le persone vittime di mobbing, non avrei mai potuto immaginare quanto dolore, quanto disagio e quanto senso di inadeguatezza il mobbing potesse creare. Ho incontrato persone la cui dignità era distrutta. La maggior parte di loro aveva somatizzato l'angoscia, anche il loro aspetto era modificato. Gli uomini sembravano impazziti, rabbiosi. Le donne piangevano. Parlavano e le lacrime scendevano e loro neanche se ne accorgevano. Per molte di loro il pianto cominciava quando evocavano i problemi legati ai figli. Il mobbing ha una preferenza per le madri. Essere madre è una colpa nelle aziende italiane. Il "paese più flessibile del mondo" odia le madri.
Questa preferenza ti colpisce molto?
Io ho tre figli. Come tutte le altre madri, faccio fatica a condurre il mio lavoro e il mio essere madre. Ricordo che le interviste si svolgevano di domenica, perché le persone lavoravano in settimana. Per me la domenica era difficile lasciare i bambini. Ascoltavo i racconti di queste donne, il loro sensi di colpa per aver rovinato, con la loro depressione, una anno o due della vita dei loro figli. Ascoltavo la loro rabbia a lasciare i loro figli giornate intere per andare a non fare niente in un' azienda dove venivano quotidianamente prese in giro, insultate, vessate in ogni modo.
C'è una ragazza in particolare che mi ha colpito, la sua storia è terribile. E' talmente terribile che nel film non ne parlo, eppure è ascoltando il suo racconto che ho deciso di fare questo film. Questa ragazza, mamma di due figli maschi, si chiama Ilaria. Grazie a lei per questo film.
Chi ha collaborato alla realizzazione di MI PIACE LAVORARE?
Ho deciso di fare il film e ho subito avuto il sostegno e la disponibilità di Luca Bigazzi, che aveva realizzato con me le interviste Avevamo già fatto "Carlo Giuliani, ragazzo" e volevamo continuare a lavorare insieme.
In realtà questo film è il risultato di scelte economiche, che sono sempre andati di pari passo con quelle artistiche. Volevo fare il film e non volevo aspettare risposte di reti televisive per un anno o più, con la quasi certezza che sarebbero state negative. Volevo fare il film per testimoniare, e basta. Avevamo i racconti di queste persone, avevamo la loro umanità per le mani. Poi avevamo il sindacato che ci proponeva di aiutarci. Presto è entrata in gioco anche mia sorella Paola, che, con entusiasmo e grande talento, ha trovato tutti gli ambienti del film, ovviamente gratuiti. Abbiamo speso 300.000 euro per girare un lungo metraggio, in pellicola, e non ci saremmo riusciti se non ci fosse stata la partecipazione entusiasta di così tante persone. Donatella Botti ha prodotto il film. Il sindacato è stato il mio "cast director". Mi hanno fatto incontrare decine e decine di persone, impiegati, operai, sindacalisti, che un po' per convinzione e volontà di testimoniare volevano partecipare a questo film sul mobbing. Siamo riusciti ad avere la collaborazione gratuita degli attori e dei titolari dei reparti tecnici. Ho avuto la disponibilità di decine e decine di persone che sono venute a recitare nel film prendendo giorni di ferie sui loro posti di lavoro. Le loro ferie sono state prese per partecipare al film.
La protagonista del film è Nicoletta Braschi. Come l'hai scelta?
Stava uscendo "Pinocchio" di Benigni, in quei giorni. Ho visto una bella fotografia di Nicoletta Braschi su un giornale. Ho pensato che potesse essere giusta per il film. Per Anna, un' impiegata schiva, seria, che lavora bene, ama il suo lavoro, ha una bambina che tira su da sola. Una piccola merlettaia d'altri tempi. Una formichina. Una donna normale che diventa eccezionale.
L'ho chiamata alla Melampo. Lei mi ha subito risposto. Ci siamo conosciute, le ho parlato del progetto e dopo poco ha accettato. Anche lei, come tutti noi, in partecipazione.
Per interpretare il personaggio di sua figlia Morgana ho chiesto a mia figlia Camille, che, per mia fortuna, ha accettato.
Ho avuto, per questo film, il più bel cast che potevo sognare. Nicoletta è stata perfetta. Era esattamente perfetta, sempre. Comunicavamo senza bisogno di parlare. Ci siamo volute molto bene e abbiamo voluto molto bene ad Anna, il suo personaggio.
Non hai paura che ti possano accusare di aver fatto un film di propaganda?
Vorrei dire che il contributo del sindacato non significa affatto che io abbia fatto un film di propaganda per un sindacato. Non c'è nessun tipo di propaganda nel mio film. E' un film intimo, si occupa di una persona in un certo modo piccola, senza convinzione politiche. Non si vede nel film neanche l'ombra di una bandiera, né di una sede sindacale. Forse si può dire che è un film politico.
Come sei riuscita a far recitare così tanti non professionisti?
Non c'era una sceneggiatura dialogata. Sarebbe stato impossibile e, anche, non molto interessante chiedere a persone che non hanno mai recitato di imparare a memoria delle battute. Piuttosto ho chiesto a ognuno di portare la propria esperienza, perché molto di loro sono, nella vita, vicini a ciò che sono nel film. Il gruppo che più di tutti si è "assunto" il proprio ruolo è stato il gruppo degli operai, nei magazzini. Ad alcuni di loro era successa una cosa simile a quella raccontata nel film. Con loro abbiamo avuto delle belle discussioni, è stato interessante, e il risultato mi stupisce ogni volta che vedo il film. Alcuni, sindacalisti, interpretavano "la parte avversa" e lo facevano con cognizione di causa ancora maggiore. Nicoletta si è calata in mezzo a loro con una naturalezza stupefacente e anche con molta umiltà.
Definiresti questo film un docu-fiction movie?
Ovviamente nel film c'è un punto di vista e un racconto, dato che è un film di finzione, e comunque io credo ci sia un racconto e un punto di vista anche in un documentario. Ero io a indicare agli attori dove la scena dovesse andare, che direzione dovesse prendere. A volte non glielo dicevo e facevo in modo che questo accadesse. Per riuscire bisognava osservare bene le persone che recitavano. E' molto bello e forse è la cosa che so fare meglio. Osservare le persone, comprenderle. E' una cosa che mi piace molto. Situarmi ai confini del documentario e del film di finzione. Li dove il cinema non va più, o troppo poco, dove tutta la fabbricazione delle immagini è stata lasciata alla televisione. Sono convinta che la realtà è ricca, intensa e bellissima. Ma, per accorgersene, bisogna guardarla a lungo, e con molta attenzione.
(Grazie alla Bimfilm per l'intervista)

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